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La Battaglia di Anghiari

Falsificazioni e mistificazioni a proposito di un capolavoro perduto con 22 opere dell’autore

Il volume ricostruisce le vicende dell’annosa ricerca di un lacerto leonardesco nel salone del Cinquecento in Palazzo Vecchio a Firenze sulla base di un assunto storicamente errato quanto mai parziale dimostratosi alla fine una bolla mediatica.

La prima parte dell’opera è storico-documentale, la seconda un’analisi critica condotta su estratti di stampa. Alcune prose d’arte, d’invenzione, oltre a una bibliografia specialistica, concludono il volume, Parafrasi della battaglia esemplata sul rendiconto di Noccolò Machiavelli, e Canzone di un rimatore testimone del fatto d’arme.

La ricostruzione di momenti salienti della disputa mette in luce inadempienze vistose da parte degli uomini di cultura, ciò che conferisce alla scrittura l’intrigo del pamphlet, del libello sociopolitico di cui esemplari classici l’Apocolocyntosis di Seneca e i Ragguagli del Parnaso di Traiano Boccalini, senza le acri storpiature di lingua e gli attacchi del satireggiare che appartengono al genere letterario ludico circense, anzi l’Autore si è ingegnato di smorzare i toni e stare sul neutro, ma non sempre ci è riuscito.

Ho giudicato di scrivere poco acciò che,
nell’angoscioso spazio della vacuità,
esse cose i leggenti possono brevemente
,
pigliare,
Lorenzo Ghiberti, Commentari III, 1


I prodromi. Perchè la ricerca

(24 luglio 2018) Riprendo la questione dopo anni. Avevo seguito la grande stampa che pressocchè quotidianamente informava sulle ricerche in corso nel salone dei Cinquecento in Palazzo Vecchio e le polemiche che ne seguivano smorzate dal silenziatore imposto al diritto di tribuna, circoscritto e selettivo, come d’uso, a sostegno di una tesi preconfezionata.
L’andamento della vicenda, prolungatasi alcuni anni con l’occupazione di un luogo pubblico storico e l’elusione sistematica dell’opinione pubblica sommersa da una quantità di notizie incerte, bicefali, ottimistiche o speranzosamente attendiste, è istruttivo. Gli uomini di sapere in ritardo e non in modo appropriato si fecero sentire, qualche volta, deprecando i buchi nell’intonaco vasariano. Un signore, sostenuto da una società interessata, abbaglia l’opinione pubblica mondiale col miraggio di riportare alla luce un capolavoro occultato da secoli. Le argomentazioni inconsistenti, fumo negli occhi, l’uso delle fonti, quando citate, denotano superficialità e omissioni, alcune testimonianze a senso unico.
La grande stampa, senza eccezioni, ch’io sappia, appoggiò l’impresa, la cultura in fibrillazione. Non ricordo voci di dissenso. Gli sponsor si fanno avanti subodorando l’affare, il battage pubblicitario funziona oleato a pieno regime. Dopo alcuni anni di comunicati stampa che rinviano e postdatano il ritrovamento eccezionale, pubblicazioni, conferenze, videomessaggi, libri e materiali audiovisivi inondano intanto librerie e archivi del mondo vocazionalmente interessato.
Consumata ogni risorsa possibile, immaginaria e finanziaria, viene meno, per naturale stanchezza fisiologica, il montaggio mediatico e tutto finisce nel nulla. Desta stupore, – ma questa disposizione di spirito non è una chiave e sta piuttosto nell’adduzione retorica -, come una tematica del genere, per specialisti, fosse condivisa e riproposta con fiducia e sicumera quasi universali.
Dopo qualche controllo le cose si configuravano un pò diversamente, le notizie gonfiate diffuse e i coinvolgimenti di tecnici e ingegneri al seguito parlavano di macchine mirabolanti e documenti di sconvolgenti ritrovati archiviati poi nel silenzio.
Presentai di lì a poco una relazione sulla questione ad Antonio Paolucci e a Paola Barocchi. II primo era stato frattanto chiamato a far parte della commissione di esperti istruita dall’allora ministro dei Beni Culturali Francesco Rutelli e pertanto non si espresse a riguardo. Paola, un’autorità nel campo della storiografia d’arte, mi fece capire che la pensava come me ma non si curò, per quanto ne so, di pubblicare una nota sulla questione. I giochi erano fatti e mettersi di traverso un pleonasmo.
L’approccio dei dotti era comprensibilmente cauto, purtuttavia dati storiografici apparivano disinvoltamente aggiustati o ignorati senza che qualcuno, avendone la possibilità (e cognizione) mettesse mano a una ragionata esaminazione e la mandasse a un giornale o ne parlasse da uno scranno televisivo.
Il che, a fotografare il momento, i protagonisti e le comparse della pièce andata in onda per dieci anni, autorizza il rinvio allo scritto di un secentista, Torquato Accetto, Della dissimulazione onesta (1641), a suo tempo riproposto dal Croce, operetta in sintonia con tempi che pur sembrano oggi, nella foga di progressisti e benpensanti, al tutto superati.

(27 agosto 2012) La querelle sulla BDA avrà un seguito. Stando a una dichiarazione del sindaco Matteo Renzi di questi giorni la prossima puntata della telenovela, andata in scena dal 2007 ministro per i Beni Culturali Francesco Rutelli, avrà un seguito quando l’attuale governo Monti, in vista delle elezioni politiche dell’anno prossimo, cesserà di esercitare la sua opera di contrasto e si limiterà al disbrigo degli affari ordinari. II sindaco è sicuro, ritornati i politici veri, quelli eletti dalle segreterie dei partiti, che si riapriranno i battenti del palazzo all’ingegner Seracini e collaboratori per continuare la ricerca del capolavoro leonardesco con ponteggi e macchinari.
I diversi aspetti della vicenda sono stati se non sfiorati, almeno stando a quanto è filtrato dalla stampa. E si deve riconoscere che all’origine dell’affaire ci sono contradditorietà e incertezza nelle fonti, la cui interpretazione richiede non solo preparazione.
L’esteriorità o corrività con cui si è rappresentata all’opinione pubblica l’eventualità mirabolante di riportare alla luce un’opera perduta e celebrata di Leonardo è sintomatica.
La reazione in genere è stata debole, affidata al mezzo dissuasivo dell’autorità, in ritardo, esercitata da uomini dotti (non tutti) e in buona fede, che hanno chiesto con proclami e appelli la cessazione dell’operazione, per alcuni stupro, che tale è l’invadenza di metodologie sperimentali in funzione di interessi ben poco funzionali alla conservazione.
L’impegno forse avrebbe dovuto essere altro, da circoscrivere ai principi e alle evidenze storico-documentali al fine di sgombrare il campo da falsi ed equivoci. È quanto non si è fatto e non si fa ormai da tempo.
Ricostruire una vicenda con ombre e luci, negli snodi e nei suoi molteplici dettagli, smontando luoghi comuni inveterati l’interesse che mi ha sollecitato. La storia dice molto ma non proprio tutto come vorremmo, chi scriveva a volte non sapeva abbastanza o sopprimeva deliberatamente quello di cui pur era a conoscenza e non era così facile, in altri tempi, che qualcuno venisse fuori a dimostrargli il contrario.
Questa la ragione per cui uno dei compiti primari dei ricercatori è quello di mettere d’accordo tra loro le fonti, almeno in parte, fare un pò d’ordine e formulare teorie e interpretazioni che però, non è raro, contrastano tra loro o si elidono a vicenda. E, non ultimo, che sorga sempre qualcuno a proclamare la sua verità. Ancora da dimostrare.
Dato il clamore suscitato dall’indagine nel Salone dei Cinquecento e le polemiche talora artifiziose, assodiamo qualche punto fermo per quanto riguarda le motivazioni storiche e documentali su cui i ricercatori fondano le loro attese e la messa a fuoco della problematica complessa che l’affaire sollecita. Risulta ormai chiaro che, al di là degli interrogativi di antiquaria erudita, l’aspetto che emerge plasticamente da tutta la diatriba ha assunto riflessi di natura politica e ideologica.